Il trattamento di bambini con ADHD prevede quasi sempre un lavoro di Parent Training da effettuare con i genitori. Il Parent Training è un percorso di gruppo, rivolto a genitori che hanno in comune le esperienze di relazione con figli con ADHD che presentano problematiche emotive e comportamentali.
Questo si rende necessario in quanto (come abbiamo visto nell’articolo ADHD nei bambini) tra genitori e figli con ADHD si innesca un circolo vizioso che coinvolge l’intero sistema familiare e che alimenta e mantiene il disturbo.

 

FAMIGLIE E FIGLI CON ADHD

Nelle famiglie in cui sono presenti figli con ADHD accade spesso che i genitori provino sentimenti di colpa per il problema del figlio, per non riuscire, nonostante i loro sforzi, ad aiutarlo e per come questo si comporta. Questi stessi aspetti provocano al contempo nel genitore sentimenti di rabbia e aggressività verso il figlio e verso la situazione che si trovano a vivere. Non di rado accade che il genitore si sentirà, di conseguenza, ulteriormente in colpa a causa di tale ostilità.
Trovandosi coinvolto in un contesto simile, per il genitore sarà complicato far rispettare le regole al proprio figlio. Egli farà, inoltre, difficoltà a trovare nuove strategie che possano aiutarlo.
Il risultato sarà quello di avere famiglie sempre più disgregate al loro interno e isolate dal contesto sociale. Questo in quanto i comportamenti dei figli con ADHD in pubblico possono provocare imbarazzo, le persone esterne possono non comprendere la difficoltà della problematica e questo può far sentire criticati e giudicati.

COSA FA IL PARENT TRAINING PER GENITORI DI FIGLI CON ADHD?

Il Parent Training aiuta i genitori di figli con ADHD a:

  • acquisire maggiori informazioni e consapevolezza.
    Il Parent Training fornisce ai genitori prima di tutto informazioni che permettano loro di conoscere meglio il disturbo dei propri figli. Capire, quindi, le caratteristiche, le cause, le situazioni che lo attivano, come i bambini con ADHD si sentono e le conseguenze che ne derivano.
    Allo stesso tempo, esso aiuta i genitori a prendere consapevolezza del ruolo che essi stessi giocano all’interno dell’interazione con i figli con ADHD.
  • Gestire i propri comportamenti verso i figli con ADHD.
    Uno degli obiettivi del Parent Training è di aiutare i genitori a creare un ambiente familiare il più possibile adeguato alle esigenze dei figli con ADHD.
    È, inoltre, fondamentale per tali genitori capire come gestire i comportamenti negativi dei propri figli e l’importanza di rinforzare le azioni corrette che essi compiono.
  • Ampliare il proprio bagaglio di strategie.
    Il Parent Training insegna ai genitori a riconoscere le situazioni che provocano i comportamenti negativi dei figli con ADHD. Allo stesso tempo li invita a riflettere sulle reazioni che i bambini hanno rispetto ai comportamenti dei genitori. Tutto ciò con lo scopo di prevedere in anticipo le condotte problematiche che il bambino può mettere in atto.
    Successivamente si aiuta il genitore a trovare soluzioni alternative di fronteggiamento del comportamento negativo del proprio figlio. In questo modo egli potrà scegliere di volta in volta la strategia più adeguata in base alle caratteristiche del bambino, dei genitori e della situazione.

In conclusione,

il Parent Training dei genitori è un percorso fondamentale nel trattamento dei figli con ADHD, in primo luogo in quanto aiuta i genitori a conoscere meglio il disturbo del proprio figlio. In tal modo sarà per loro possibile agire in anticipo rispetto al problema e con un piano di azione in testa.
È importante sottolineare come il genitore costituisca il primo e più importante modello di comportamento per il bambino e come genitori e figli si influenzino reciprocamente. Lavorando sul genitore, quindi, si aiuterà necessariamente anche il bambino.
Il valore del Parent Training, inoltre, risiede nel sostegno e nella condivisione che si sperimenta all’interno di un gruppo di persone che stanno affrontando il medesimo problema. Questi fattori, abbassando i livelli di frustrazione e isolamento sperimentati, riescono a fornire un sospiro di sollievo alle famiglie.

Il Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività non è un disturbo da sottovalutare, in quanto riguarda il 3-5% dei bambini in età scolare e provoca in essi un profondo disagio.
Nel presente articolo andremo ad illustrare quali vissuti e disagi comporta l’ADHD nei bambini.

ADHD NEI BAMBINI: LA DIFFICOLTÁ DI ATTENZIONE

Per i bambini con ADHD portare a termine un compito o un’attività è un lavoro estremamente faticoso. Questi, infatti, non riescono a mantenere l’attenzione per un tempo prolungato, fanno difficoltà a seguire un discorso e si distraggono facilmente.
L’essere posti di fronte a tali richieste, quindi, può diventare un’esperienza alquanto frustrante che i bambini tenderanno poi ad evitare.

ADHD NEI BAMBINI: L’IPERATTIVITÁ

I bambini con ADHD fanno difficoltà ad auto-regolare il proprio comportamento motorio: si sentono irrequieti e questo fa sì che non riescono a stare fermi o a pianificare azioni motorie complesse. I loro comportamenti appaiono, quindi, spesso inadeguati o eccessivi o privi di uno scopo, così da provocare talvolta derisione da parte dei compagni o rimproveri dagli adulti.

ADHD NEI BAMBINI: L’IMPULSIVITÁ

L’ADHD nei bambini si manifesta anche con una significativa difficoltà nel controllo del comportamento, la quale si rivela spesso la causa di un adattamento problematico ai contesti sociali. Per questi bambini, infatti, è alquanto complesso riuscire ad attendere il proprio turno, rispettare le regole, gli spazi e i tempi degli altri e tendono ad agire sul momento alla ricerca di una gratificazione immediata. Essi, infatti,, fanno fatica a pianificare le loro azioni nel tentativo di raggiungere degli obiettivi a lungo termine, motivo per cui le loro azioni sono guidate dai bisogni o dai desideri del momento. Non potendo pianificare le proprie azioni, valutare le conseguenze e considerare comportamenti alternativi, non riescono ad inibire risposte automatiche e, spesso, inappropriate.

ADHD NEI BAMBINI: LA COMPLESSITÁ DEL RICONOSCIMENTO DEGLI STATI MENTALI

Altro compito che si rivela complicato per i bambini che soffrono di ADHD è la lettura dei propri stati mentali, criticità che aumenta nelle situazioni in cui ciò che viene richiesto è la comprensione degli stati mentali delle altre persone.
Nella relazione, quindi, questi bambini fanno fatica ad identificare credenze, emozioni e desideri delle altre persone sulla base del loro comportamento. Tale aspetto preclude loro la possibilità di modulare le proprie azioni e reazioni in relazione a ciò che l’altro desidera o prova in quel momento, abilità fondamentale nella costruzione di competenze sociali e relazionali.

ADHD NEI BAMBINI: UN CIRCOLO DIFFICILE DA SPEZZARE

Quando si ha a che fare con bambini con ADHD, genitori, insegnanti, coetanei, fanno spesso fatica a comprendere cosa si nasconda dietro ai comportamenti che questi manifestano, tendendo, quindi, a leggerli come intenzionali e “cattivi”. Le risposte delle altre persone risultano, quindi, essere spesso dure, punitive e, talvolta, aggressive.
Di fronte a tali reazioni, a loro volta i bambini si potranno sentire insicuri, spaventati, umiliati, minacciati. Si troveranno, quindi, a sperimentare emozioni tanto forti che non sanno ne riconoscere ne gestire e che finiranno per trovare una valvola di sfogo nell’unica emozione a loro familiare: la rabbia.
È qui che il circolo vizioso si instaura: alla reazione rabbiosa del bambino, l’ambiente risponderà nuovamente in modo duro e punitivo. Il bambino, non sentendosi capito, alzerà il tiro nel cercare di comunicare le proprie emozioni, ma nel farlo ricorrerà ancora all’unica modalità che conosce, ovvero quella rabbiosa.
Quello che al bambino resta di tale circolo relazionale sarà un vissuto di inadeguatezza, rifiuto e non amabilità; per questo motivo è fondamentale individuarlo e provare a spezzarlo il prima possibile.

In conclusione, il Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività viene ad essere il risultato dell’interazione tra una predisposizione individuale del bambino e caratteristiche proprie dell’ambiente in cui si trova a vivere e crescere. In altre parole, l’ambiente e il bambino si adattano l’uno all’altro e si influenzano reciprocamente.

Tale disturbo non va sottovalutato in quanto, come abbiamo visto, l’ADHD provoca nei bambini non solo esperienze altamente frustranti, nelle quali essi vengono a sentirsi umiliati, rifiutati, non all’altezza e non amabili, ma anche un cattivo adattamento al proprio ambiente. Le conseguenze che tali esperienze possono comportare possiamo trovarle nello sviluppo di una bassa autostima, di comportamenti distruttivi, di problemi di apprendimento, di disturbi oppositivi-provocatori, di disturbi dell’umore, fino ad arrivare, con il tempo, al possibile sviluppo di comportamenti antisociali, disturbi della condotta, abuso di sostanze.

Per tutti questi motivi appare importante occuparsi dell’ADHD e il modo migliore per farlo è portare avanti un lavoro psicologico sul bambino e, al contempo, un parent training con i genitori, con lo scopo di aiutarli a comprendere i comportamenti del proprio figlio e fornire loro strategie per sostenerlo e gestirlo nel miglior modo possibile.

Il terremoto è un evento altamente traumatico che va ad insidiare il senso di sicurezza della persona. Gli effetti che il terremoto ha, quindi, sugli individui non sono, come spesso accade, da sottovalutare, ma vanno conosciuti, monitorati e all’occorrenza va chiesto un aiuto professionale per superare il disagio.

CHE COSA ACCADE?

Quando si è esposti ad un evento traumatico è inizialmente necessario mantenere un certo “distacco”, così da poter rispondere alle prime necessità dopo l’evento. Stiamo parlando della cosiddetta fase di shock, nella quale gli effetti che un terremoto ha sulle persone sono senso di irrealtà, di disorientamento e di confusione, fino a sentire quasi di non essere se stessi.

A questa fase segue quella dell’impatto emotivo nella quale, invece, prendono spazio le emozioni (tristezza, paura, rabbia, ansia, colpa) e possono verificarsi reazioni psico-somatiche (come ad esempio mal di testa, disturbi gastro intestinali, etc) come reazioni ad un vissuto emotivo troppo intenso e difficile da tollerare per la persona.

L’ultima fase è, invece, quella del fronteggiamento: la persona inizia ad interrogarsi, a cercare spiegazioni, risposte, soluzioni per capire cosa fare.

QUALI SONO LE REAZIONI PIÚ COMUNI?

Gli effetti del terremoto sulle persone sono svariati e cambiano da individuo a individuo. Tra quelli più comuni troviamo:

  • emozioni negative collegate al trauma (es. paura, rabbia) che risultano persistenti e presenti per la maggior parte del giorno, tanto da impedire, talvolta, anche lo svolgimento di azioni quotidiane;
  • problemi del sonno, come difficoltà ad addormentarsi, frequenti risvegli durante la notte, incubi frequenti oppure eccessivo bisogno di dormire;
  • problemi di alimentazione, tra cui scarso appetito, dolori gastro-intestinali successivi al pasto;
  • apatia e disinteresse per attività che erano ritenute piacevoli;
  • umore depresso, pensieri negativi ricorrenti e aspettative negative su di sè, sul mondo, sul futuro;
  • evitamento di situazioni, persone o stimoli che possono far rivivere il trauma o le emozioni ad esso connesse;
  • flashback, ovvero immagini e ricordi dell’evento che irrompono nella mente frequentemente e in modo intrusivo;
  • senso di colpa persistente e irrazionale, per aver causato o per non aver evitato che l’evento traumatico accadesse a se stesso e agli altri o per non aver saputo gestirlo al meglio o limitato le conseguenze negative.

CHE COSA FARE?

Gli effetti del terremoto sulle persone possono variare per tipologia, durata, intensità. In alcuni casi i sintomi possono scomparire nell’arco di qualche settimana, in altri possono sfociare in disturbi quali attacchi di panico, problemi di ansia, depressione, dipendenza da sostanze o disturbo post-traumatico da stress.
Per gestire al meglio gli effetti del terremoto è importante:

  1. accettare le proprie emozioni, non negarle né giudicarle, ma imparare a riconoscerle, monitorarle e ricordarsi che è normale avere reazioni emotive intense dopo un evento simile
  2. limitare l’uso dei media a pochi momenti nell’arco della giornata
  3. riprendere la propria quotidianità il prima possibile o per lo meno creare una routine quotidiana, riprendere il contatto con le persone, con le situazioni e i luoghi familiari
  4. prendersi del tempo di recupero e chiedere aiuto, ovvero cercare di ascoltare i propri bisogni ed assecondarli, parlare dell’evento con persone che trasmettono sicurezza e accoglienza per scaricare la tensione.

Nei casi in cui il disagio e i sintomi tendano a permanere per un tempo prolungato si rende necessaria la richiesta di aiuto a professionisti preparati. Un approccio particolarmente indicato per la cura degli effetti del terremoto sulle persone è la terapia EMDR (scopri di cosa si tratta), la quale è dimostrata altamente efficace nell’elaborazione del trauma dovuto all’evento.

 

QUANDO PARLIAMO DI PERFEZIONISMO?

La persona perfezionista è quella che fa dipendere l’idea che ha di sé e del proprio valore dal raggiungimento di obiettivi che si prefigge altamente esigenti.
Tale funzionamento può risultare nel breve termine funzionale, in quanto temporaneamente aiuta, ad esempio, a tenere alta la propria valutazione o fornisce un maggiore senso di autocontrollo.
Guarire dal perfezionismo è, invece, molto importante, in quanto nel lungo termine non fa che portare ad una 
valutazione maggiormente negativa di sé stessi. Come vedremo, infatti, con il tempo esso porta ad innalzare sempre di più gli standard da raggiungere, portando inevitabilmente la persona a confrontarsi con fallimenti, interpretati poi come prove della propria incapacità.

QUALI SONO LE CARATTERISTICHE DEL PERFEZIONISMO?

Si è perfezionisti se…
… ci si impone di raggiungere sempre 
standard esigenti
… il proprio 
valore personale lo si fa dipendere dal raggiungimento di tali standard elevati
… il 
raggiungimento dell’obiettivo prefissato provoca un temporaneo aumento della valutazione di sé e un ulteriore innalzamento degli standard
… il 
non raggiungimento dell’obiettivo provoca, invece, autocritica e auto-svalutazione e, al contempo, un aumento dell’impegno messo
… gli standard prefissati provocano 
significative preoccupazioni riguardo alla prestazione
… alcune 
aree importanti della vita (es. rapporti interpersonali, hobby, etc.) vengono escluse in quanto ritenute perdite di tempo ed ostacoli al raggiungimento degli standard desiderati
… si ricorre spesso a comportamenti quali l’
evitamento o la procrastinazione della prestazione, per timore di non essere sufficientemente preparati e di fallire
… si ricorre spesso a comportamenti di “preparazione”, ovvero di 
controllo ripetuto della propria prestazione, nell’intento di prepararsi al meglio ed evitare di commettere errori.

QUALI SONO I 5 PASSI DA EFFETTUARE PER RIUSCIRE A GUARIRE DAL PERFEZIONISMO?

  1. Il primo passo fondamentale per riuscire a guarire dal perfezionismo è quello di acquisire una maggiore consapevolezza su tale modalità di funzionamento.

    Nello specifico, è importante fare maggiore chiarezza su:
    quali sono le aree della vita che si ritiene più importanti e su cui si investe un maggior impegno?
    Quali sono le aree della vita che provocano maggiore preoccupazione?
    Come si reagisce e come ci si sente quando qualcosa in tali aree non va come si desidera?
    Quali sono i comportamenti che si mettono in atto per cercare di evitare tale eventualità?

  2. Successivamente è importante ampliare il proprio focus ed aumentare le aree della vita che si ritengono importanti. In questo modo la valutazione che la persona farà di sé stessa non dipenderà dalla riuscita in un’unica area di interesse, riuscendo così a considerare il proprio valore in maniera più globale e realistica.

    Come fare? Potrebbe essere d’aiuto stilare una lista di interessi o attività piacevolisceglierne uno o due e provare!

  3. Contemporaneamente, per cercare di guarire dal perfezionismo, è necessario provare a contrastare quei comportamenti dettati dal perfezionismo che, in realtà, hanno l’effetto di alimentarlo e mantenerlo nel tempo.
    Il timore che le persone perfezioniste hanno di fallire è tale da far loro mettere in atto alcuni comportamenti che momentaneamente le aiutano a sentirsi più tranquille e sicure di sé. Tra questi troviamo, ad esempio:
    – comportamenti eccessivi di controllo della prestazione e del livello di preparazione;
    – rituali (ad esempio fare liste dettagliate, riordinare la scrivania, affilare le matite, consumare la stessa colazione prima di iniziare a studiare o lavorare);
    – procrastinazione, ovvero ritardare l’inizio di un lavoro o la consegna per timore di non essere all’altezza;
    – evitamento di prove prestazionali importanti per il timore di fallire.

    Cosa fare?
    Innanzitutto, è importante comprendere che, anche se questi comportamenti aiutano nell’immediato la persona riducendo lo stato d’ansia e facendola sentire sollevata, a lungo termine hanno l’effetto di farla sentire meno in grado di affrontare la situazione, diminuendo la percezione che ha del proprio valore e aumentando, quindi, in realtà l’ansia sperimentata verso la prestazione.
    Diventa necessario poi 
    provare a ridurre la frequenza con cui si ricorre a questi comportamenti “controproducenti”. Quando la persona ne sente l’impulso, può essere d’aiuto, ad esempio, ricorrere ad una Carta di Risposta, (precedentemente preparata) in cui ha scritto cose da dirsi (che la facciano sentire più tranquilla e sicura di sé, così da riuscire a tollerare l’impulso ad applicare tali comportamenti) e da fare (generalmente attività piacevoli e distraenti).
    Potrebbe, inoltre, essere molto di aiuto 
    provare a fare il lavoro in modo non “perfetto” e vedere cosa succede!

  4. Per riuscire a guarire dal perfezionismo diventa poi centrale provare ad affrontare quegli errori di ragionamento che le persone perfezioniste commettono.
    Nello specifico esse tendono a:
    – pensare in “bianco o nero”, non esistono le vie di mezzo, o si è perfetti o si è un fallimento;
    – focalizzarsi e a dare maggiore importanza agli errori, piuttosto che a ciò che svolgono in modo corretto;
    – non usare lo stesso metro di valutazione anche per le altre persone: agli altri sono concessi errori che non concedono a se stessi;
    – pensare che le cose andranno male e che potranno fallire;
    – formulare giudizi sulle proprie capacità e sul proprio valore anche a partire da un singolo ed isolato episodio.

    Cosa fare? Per affrontare questi errori di ragionamento è necessario metterli in discussione, ovvero: che prove si hanno a favore di tale pensiero? Che prove si hanno contro tale pensiero? Tale modo di ragionare mi è di aiuto? Per arrivare così ad una conclusione maggiormente “oggettiva” e razionale dell’evento o della situazione.

  5. Guarire dal perfezionismo significa, infine, riuscire a distaccarsi dallo stato mentale che esso comporta. In altre parole significa riuscire ad accettare che non tutto può essere sotto il proprio controllo, che alcune cose dipendono da noi stessi e dal nostro impegno, ma il risultato in alcune circostanze può essere influenzato da variabili esterne indipendenti da noi. Significa, inoltre, riuscire ad accettare che non sempre si riesce a raggiungere ciò che si desidera non andando ad intaccare la considerazione che si ha del proprio valore personale.

Per concludere, il perfezionismo può essere una strategia utile per raggiungere i risultati desiderati se usato con una giusta concentrazione. A dosi elevate diventa lui stesso il problema, causando sofferenza e svalutazione di sé stessi.
Guarire dal perfezionismo è possibile e tentare di farlo è un bene per se stessi. Non sempre è possibile farcela da soli, senza l’aiuto di un professionista, ma l’importante è 
non rassegnarsi, perché il rischio è di perdersi tanto del bello che la vita offre!

Il ruolo dei genitori nello sport praticato dai propri figli è centrale: affinché l’esperienza sportiva possa essere positiva e formativa è fondamentale la collaborazione e la cooperazione tra tutte le figure adulte coinvolte (scopri perché lo sport è così importante nello sviluppo dei bambini).

In particolare, è importante che il genitore nello sport dei propri figli svolga un ruolo di sostegno e di guida, senza però sovrapporsi o sostituirsi alla figura dell’allenatore.

Esso, perciò, da un lato fornisce incoraggiamento e supporto, elementi necessari per far sì che il piccolo atleta si senta sicuro di poter provare e, perché no, fallire, e dall’altro rappresenta il primo e principale esempio di modalità con le quali affrontare le situazioni.
Se questi elementi venissero a mancare l’esperienza sportiva potrebbe essere vissuta dal bambino negativamente, creando 
frustrazione, ansia o conflitti tali da portare il piccolo atleta all’abbandono sportivo.

È fondamentale, quindi, che gli adulti coinvolti si interroghino su quali siano quei comportamenti che tendono con più frequenza a mettere in atto quando si relazionano ai piccoli atleti e che conseguenze possono avere su di essi.
Citeremo, perciò, di seguito 5 comportamenti che il genitore nello sport dovrebbe evitare di mettere in atto.

1. DESIDERARE UN FIGLIO CAMPIONE

Desiderare di avere un figlio che diventi un campione significa rischiare di proiettare su di esso aspettative e desideri propri del genitore, che possono risultare esagerati per il livello di sviluppo del piccolo atleta. In questo modo si rischia di caricare il bambino di pressioni difficili da gestire e di sottrargli il divertimento, creando così le basi per un’esperienza altamente frustrante.

2. ESSERE IPERPROTETTIVI 

Il ruolo dei genitori nello sport è quello di accompagnare il figlio nelle sfide che lo sport gli pone (dal portare a termine l’attività proposta dall’istruttore, al mantenere un impegno costante per la durata dell’allenamento, al portare avanti l’impegno preso per la durata di una intera stagione agonistica, all’affrontare le situazioni conflittuali e prestazionali che lo sport prevede).
Per fare ciò è fondamentale non essere eccessivamente protettivi nei confronti del proprio figlio, ma
 lasciargli combattere le battaglie che lo sport gradualmente gli insegna ad affrontare. Contrariamente si rischia di trasmettergli il messaggio che lui è troppo debole per riuscire da solo oppure che tutto è semplice da raggiungere, non trasmettendogli quei valori di impegno, costanza e perseveranza fondamentali per riuscire a raggiungere i propri obiettivi.
In fine, ma non ultimo per importanza, attenzione a non giustificare eccessivamente i comportamenti del proprio figlio: lasciamogli la possibilità di 
assumersi le sue responsabilità.

3. CERCARE DI CONTROLLARE 

Quante volte un genitore pensa che il proprio figlio stia facendo una scelta sbagliata, nel modo sbagliato, per il motivo sbagliato? Fa parte del normale processo di crescita. Il problema si pone quando il genitore non si limita a dare consigli, ma quando si sostituisce ad esso nelle scelte, quando decide per il figlio sulle cose che, in base all’età, è in grado di decidere per sé stesso (come, per esempio, lo sport che vorrebbe provare). Il rischio che si corre in questi casi è di anteporre i desideri e le aspettative del genitore, trascurando e non riuscendo a vedere i bisogni e i desideri del bambino.
Tale atteggiamento che conseguenze rischia di avere? Le reazioni tipiche del figlio nei confronti di un genitore troppo “controllante” sono principalmente due.
Esso può mettere in atto una sorta di “
ribellione“, andando volutamente contro il parere del genitore, sfidandolo, aumentando la conflittualità e rischiando poi di prendere anche decisioni che vanno a suo discapito ma solo per il gusto di vincere questa lotta di potere. Potremo avere, quindi, ragazzini che lasciano uno sport o che non si impegnano come potrebbero per andare contro al proprio genitore.
Nel secondo caso, invece, il bambino può 
adattarsi in modo passivo alle richieste del genitore, a discapito del senso di responsabilità, dello spirito di iniziativa, della creatività nel cercare soluzioni che lo aiutino a raggiungere i propri obiettivi.

4. ASPETTARSI LA PERFEZIONE 

Il genitore che nello sport si aspetta la perfezione dal proprio figlio, anche se lo fa con l’intento di spronarlo e motivarlo, nella maggior parte dei casi finisce per metterlo in una situazione in cui il bambino percepisce che le richieste che gli vengono fatte sono più elevate di ciò che può dare in quel momento. Questa condizione fa sì che il piccolo sperimenti una forte frustrazione, che senta addosso pressioni che arrivano a far vivere lo sport più come un lavoro che come un divertimento, con l’aggiunta del timore di non essere apprezzato dal proprio genitore.
Ciò che si ottiene è un 
atteggiamento inibito e timoroso del bambino, il quale non si sente sicuro nel poter sperimentare, provare cose nuove e sbagliare (tutte tappe fondamentali per poter apprendere e crescere tecnicamente e tatticamente), in quanto si sente insicuro, inadeguato e teme di fallire e di essere così giudicato negativamente.

5. SOSTITUIRSI ALL’ALLENATORE

Il ruolo dei genitori nello sport dei figli non è quello di allenatore. Il “genitore-allenatore” manca di obiettività e desidera che il figlio vinca e si distingua dai compagni. Questo lo spinge non solo a fornire consigli e cercare di stimolare il figlio a far meglio, ma spesso a incitare o dare indicazioni eccessive dagli spalti, a suggerire comportamenti anche scorretti, ad allenarlo lui stesso a casa.
Il rischio che si corre in questo caso è che il “genitore-allenatore” 
non tenga conto delle tappe di sviluppo del bambino, a discapito del corretto sviluppo motorio e tecnico e anche della libera iniziativa e della creatività, caratteristiche fondamentali per crescere un atleta di successo.
Allo stesso tempo, gli atteggiamenti assunti dal “genitore-allenatore”
 non rispettano il lavoro e l’autorevolezza dell’allenatore, rischiando di farne perdere considerazione anche al ragazzino.
L’insegnamento, inoltre, che dà al proprio figlio è di 
giocare per sé stesso, non trasmettendo i valori di cooperazione, di rispetto dell’altro e promuovendo talvolta un agonismo scorretto.

 

IL GENITORE CHE SERVE ALLO SPORT

Per concludere, il ruolo dei genitori nello sport dei propri figli dovrebbe principalmente caratterizzarsi per presenza, partecipazione e interesse non eccessivi ed invasivi.

Il genitore che serve allo sport è fan del divertimento” dei propri figli, si mostra orgoglioso per ciò che il figlio riesce a fare, lo apprezza e ne valuta l’impegno, fornendogli così quel senso di sicurezza necessario per sperimentare e crescere.

Il genitore che serve allo sport è quello che lascia provare il proprio figlio, che è lì presente ma che fornisce aiuto se richiesto, che lo lascia assumersi le responsabilità e pagare le conseguenze dei comportamenti scorretti che può aver assunto.

Il genitore che serve allo sport è quello che fornisce valutazioni realistiche al figlio: le valutazioni in eccesso prima o poi si scontrano con la realtà e quelle in difetto scoraggiano e allontanano. Le valutazioni realistiche mostrano stima.

Il genitore che serve allo sport è quello che aiuta il figlio a modulare le emozioni, a stemperare le delusioni e che non permette che il rapporto, gli atteggiamenti e la considerazione che ha del figlio cambino in base alla vittoria o alla sconfitta.

Il genitore che serve allo sport è quello che promuove un corretto agonismo, insegnando al figlio la cooperazione, il rispetto degli altri, l’accettazione degli insuccessi come parte del gioco e base da cui ripartire per migliorare.

Il genitore che serve allo sport è quello che collabora e si fida del lavoro dell’allenatore, non mettendolo in discussione nelle modalità e nelle scelte.

Lo sport è diventato oggi così importante nello sviluppo del bambino in quanto rappresenta spesso l’unico momento in cui può muoversi, giocare e sperimentare. Le giornate del bambino, infatti, tendono ad essere sempre più piene di impegni e strutturate, lasciando poco spazio per il gioco libero. In questo modo si va a promuovere maggiormente una vita sedentaria e “bombardata” di stimoli.

Il gioco e il movimento sono, invece, un mezzo fondamentale di sviluppo non solo motorio, ma anche cognitivoaffettivo e sociale, che concorre alla formazione della personalità del bambino.

Vediamo ora, quindi, nello specifico perché lo sport oggi è diventato così importante per lo sviluppo del bambino:

1. SVILUPPO PSICOMOTORIO

Lo sport, attraverso le attività che propone, favorisce lo sviluppo psicomotorio del bambino. Esso, infatti, non solo aiuta il piccolo ad acquisire capacità motorie, quali organizzazione, schemi di base, coordinazione, ma va anche ad agire sullo sviluppo del cervello, grazie alla maggior irrorazione di sangue che richiede.

Il corpo, inoltre, nel processo di crescita del bambino rappresenta il primo mezzo con cui conosce sé stesso e l’ambiente. Lo sport, quindi, viene a rappresentare un’occasione importante di conoscenza e sperimentazione, fondamentale all’interno del processo di costruzione della propria identità.

2. STRUMENTO EDUCATIVO

Lo sport, nel processo di sviluppo, rappresenta un importante strumento educativo, in quanto insegna al bambino a:

  • rispettare le regole del contesto sportivo e dello sport specifico, ma ancor più importante gli insegna non ad accettarle passivamente, ma ad adeguarsi ad esse. Il bambino trova, quindi, un modo proprio di interpretare il gioco, di essere creativo ed usare l’ingegno per analizzare le situazioni e trovare soluzioni;
  • impegnarsi, sia nella pratica sportiva in sé e nelle attività proposte durante gli allenamenti per migliorare, sia nel portare a termine un compito (come il singolo esercizio, l’intero allenamento o il ruolo assegnato durante la gara), fino alla capacità di portare avanti un impegno preso per il tempo più prolungato di un anno sportivo. Sono questi tutti aspetti che vanno a ricoprire un ruolo importante nello sviluppo del senso di responsabilità;
  • rispettare sé stesso e l’altro. Lo sport, infatti, da un lato insegna al bambino che lo stare bene passa anche attraverso la cura ed il rispetto del proprio corpo, dall’altro gli insegna a confrontarsi in maniera leale con compagni ed avversari.

3. CONOSCENZA E GESTIONE DELLE EMOZIONI

Lo sport mette quotidianamente e gradualmente in contatto il bambino con svariate emozioni, come ad esempio l’agitazione che si prova prima di una gara, la paura di non riuscire a far bene, la gioia per la vittoria o la delusione e la rabbia per la sconfitta. La pratica sportiva viene, dunque, ad essere importante per lo sviluppo del bambino in quanto gli permette di sperimentare una moltitudine di emozioni e di farci i conti quotidianamente. Il bambino  impara così, anche grazie al supporto di istruttori e compagni, a considerare tali emozioni come parte del gioco e a gestirle.

4. SOCIALIZZAZIONE

Lo sport è, inoltre, diventato così importante per lo sviluppo del bambino in quanto rappresenta ad oggi uno dei principali contesti di socializzazione. Attraverso di esso, infatti, si conoscono nuovi compagni, si gioca e ci si diverte insieme, imparando a stare con l’altro, a relazionarsi ad esso, a condividere degli obiettivi ma allo stesso tempo a mediare e gestire i momenti di conflitto.

Lo sport oggi è, quindi, diventato così importante per la crescita del bambino non solo perché costituisce una fondamentale risorsa per lo sviluppo motorio e cognitivo, ma anche perché sta diventando sempre di più un contesto in cui apprendere importanti valori educativi, imparare a relazionarsi agli altri e a entrare in contatto con i propri vissuti. Responsabilità dei grandi è, dunque, promuovere un ambiente capace di rispondere a tali bisogni, passando anche attraverso la formazione di tutte le figure adulte che ruotano attorno ai piccoli atleti (istruttori, dirigenti, genitori), che vengono necessariamente a rappresentare un importante punto di riferimento.

Mindfulness significa prestare attenzione, ma in modo particolare: a) con intenzione; b) al momento presente; c) in modo non giudicante
Jon Kabat-Zinn

La Mindfulness è un processo che coltiva la capacità di portare attenzione al momento presente, consapevolezza e accettazione del momento attuale
Hanh

MINDFULNESS FINALITÀ

L’obiettivo che la Mindfulness si pone è quello di aiutare la persona ad essere maggiormente presente nel qui ed ora. Questo significa riuscire a vivere pienamente il momento presente, imparare ad accogliere tutto ciò che esso offre, nel bene e nel male, e non focalizzarsi eccessivamente su ciò che è accaduto nel passato o su preoccupazioni future.

MINDFULNESS IN COSA CONSISTE

La pratica della Mindfulness consiste nell’esercizio dello spostamento volontario dell’attenzione a ciò che, nel momento in cui si sta meditando, accade nel proprio corpo e intorno a sé.
Si tratta, quindi, di un’osservazione acritica ed accettante del proprio corpo, delle proprie sensazioni e delle proprie emozioni, che viene gradualmente sviluppata attraverso la pratica di specifici esercizi.

MINDFULNESS PERCHÈ PRATICARLA

La pratica della Mindfulness risulta essere importante in quanto promuove un cambiamento significativo delle percezioni che abbiamo su noi stessi e sul mondo e, di conseguenza, dell’atteggiamento e del comportamento che assumiamo. In questo modo, essa ci aiuta a padroneggiare maggiormente le situazioni difficili e a gestire i conflitti e i problemi della vita quotidiana.
Al contempo, la pratica della Mindfulness è stato dimostrato che aumenti le capacità cognitive di mantenimento dell’attenzione e di evitamento delle distrazioni (Haselkamp, 2012) e permetta lo sviluppo di capacità di elaborazione delle informazioni più veloce ed efficiente (Luders, 2012).
In aggiunta, la pratica della Mindfulness si è dimostrata efficace nella riduzione dello stress e di quei disagi che sono ad esso correlati, nonché nell’alleviamento di dolori fisici associati a malattie organiche.

In conclusione, la Mindfulness è una tecnica pratica e semplice che può rivelarsi utile non solo nella promozione di un maggior benessere psico-fisico della persona, ma anche nel potenziamento di alcune capacità cognitive importanti nella pratica sportiva (scopri l’articolo Il Mental Training nello Sport).

Il Mental Training nello sport sta ricoprendo un ruolo sempre maggiormente considerato. Fattori quali concentrazione, motivazione, gestione dello stress, infatti, si rivelano centrali nell’aiutare l’atleta a raggiungere il livello di performance desiderato.
L’obiettivo del Mental Training è proprio quello di 
supportare l’atleta nell’acquisizione e nel potenziamento di quelle abilità psicologiche e mentali utili al miglioramento della prestazione.

Scopriamo ora quali sono le abilità psicologiche su cui il Mental Training nello sport lavora.

1) ABILITÀ DI PREFIGGERSI DELLE METE (GOAL SETTING) 

Il Mental Training nello sport insegna all’atleta a formulare degli obiettivi chiari, concreti e raggiungibili, sia a breve che a lungo termine, in modo da mantenere un buon livello di motivazione e di riuscire ad indirizzare lo sforzo in maniera adeguata verso la meta perseguita.

2) ABILITÀ ATTENTIVE E DI CONCENTRAZIONE

Il Mental Training nello sport aiuta l’atleta ad aumentare i livelli di concentrazione durante la gara, canalizzando le risorse attentive verso lo scopo prefissato ed escludendo quei fattori che possono risultare distraenti.

3) GESTIONE DI SITUAZIONI ANSIOSE E STRESSANTI 

Nella pratica sportiva quelle situazioni che provocano nell’atleta sentimenti di ansia o condizioni di stress costituiscono uno dei più frequenti ostacoli per il raggiungimento dei propri obiettivi. Il Mental Training insegna all’atleta a riconoscere cosa stia accadendo, ad acquisire consapevolezza delle proprie emozioni e di come esse influiscano sul proprio corpo e, di conseguenza, sulla performance e ad apprendere strategie utili per poterle gestire, abilità fondamentali per riuscire a migliorare i propri risultati.

4) GESTIONE DELL’ENERGIA PSICO-FISICA

Il Mental Training nello sport lavora insieme all’atleta per permettergli di raggiungere il livello ottimale di attivazione psico-fisica che gli è necessario per il perseguimento dei propri obiettivi e della prestazione desiderata. Si parla di “livello ottimale” in quanto è soggettivo e varia da atleta a atleta, in base a specifiche caratteristiche personali.

5) RILASSAMENTO

La tecnica del Rilassamento è centrale nella pratica del Mental Training nello sport, in quanto esso apporta progressive e significative modificazioni a livello del tono muscolare, della funzionalità vascolare, dell’attività cardiaca e polmonare e permette, inoltre, all’atleta di sviluppare una maggiore consapevolezza di sé e del proprio corpo, aspetti fondamentali per una migliore padronanza del gesto motorio specifico e della propria condizione psicofisica.

6) ABILITÀ DI VISUALIZZAZIONE (IMAGERY) 

Tra le abilità fondamentali su cui il Mental Training in ambito sportivo si focalizza vi sono quelle di Imagery in quanto esse, soprattutto se associate con le tecniche di Rilassamento, aiutano a gestire stress e ansia, incrementano la concentrazione, l’attenzione, la motivazione e l’autostima e sono uno strumento utile, inoltre, per l’atleta nella correzione dei gesti motori specifici della propria pratica sportiva.

Il Mental Training, quindi, attraverso l’applicazione di tecniche (come ad esempio la Mindfulness) volte al potenziamento di abilità mentali importanti nella pratica sportiva, rappresenta quel valore aggiunto che possiamo dare alla stessa.

 

Il sostegno e il contributo viene dedicato in primis all’uomo e in secondo luogo all’atleta che c’è in lui, il quale rappresenta solo una parte della sua complessità

Penso che quest’uomo stia soffrendo a causa dei suoi ricordi

S. Freud

L’EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing) è un approccio terapeutico utilizzato per il trattamento del trauma e di condizioni disturbanti legate allo stress.

QUANDO SI PARLA DI TRAUMA?

Il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-IV), definisce il trauma come un fattore traumatico estremo che implica l’esperienza personale diretta di un evento che: causa o può comportare morte, lesioni gravi o altre minacce all’integrità fisica; comporta morte, lesioni o altre minacce all’integrità fisica di un’altra persona; consiste nel venire a conoscenza di morte violenta o inaspettata, di grave danno, di minaccia di morte o di lesioni di un membro della famiglia o di altra persona con cui si è in stretta relazione.

Esistono, quindi, diverse tipologie di esperienze che possono risultare traumatiche per la persona.
Da un lato troviamo tutti quegli eventi di grande entità (
traumi “T”), che portano alla morte o che minacciano l’integrità fisica propria o delle persone care, come ad esempio disastri naturali, abusi, incidenti etc.
Dall’altro lato troviamo, invece, i 
traumi “t”, ovvero tutte quelle esperienze vissute come soggettivamente disturbanti, che possono essere protratte nel tempo e che sono caratterizzate da una percezione di pericolo non particolarmente intensa (ad esempio umiliazioni subite o interazioni brusche con persone significative durante l’infanzia).

COSA ACCADE NEL TRAUMA?

Il vissuto di un evento traumatico provoca nel nostro organismo e nel nostro cervello una serie di reazioni fisiologiche di stress, che nel 70-80% dei casi tendono a risolversi naturalmente. Talvolta, però, tali risposte biochimiche (adrenalina, cortisolo, etc.) hanno l’effetto di bloccare quel sistema innato, presente in tutte le persone, di elaborazione le informazioni in un’ottica di autoguarigione (Shapiro, 1995).

In questo modo le informazioni legate all’evento traumatico rimangono come isolate in una stasi neurobiologica, insieme a tutte quelle emozioni, pensieri e sensazioni fisiche negative che si sono sperimentate durante l’evento.
La 
patologia così subentrerebbe nel momento in cui tale sistema innato si blocca e l’evento traumatico rimane isolato dal resto della rete neurale della persona.

EMDR: DI COSA SI TRATTA?

L’EMDR attraverso la stimolazione alternata dei due emisferi cerebrali, ottenuta con l’utilizzo di movimenti oculari o di altre forme di stimolazione alternata destro/sinistra, aiuta la persona ad elaborare quei ricordi o vissuti traumatici che provocano sofferenza.
Sofferenza che, come detto sopra, è spesso provocata da 
ricordi non elaborati che vengono immagazzinati fisiologicamente in memoria insieme a quei pensieri e vissuti che sono stati sperimentati al momento dell’evento.

Il lavoro con EMDR non cancella il ricordo in questione, ma permette alla persona di sentire che esso fa parte del passato: il ricordo diventa, quindi, distante; le emozioni, le sensazioni fisiche e le valutazioni su di sé associate ad esso vengono modificate e divengono più adeguate alla situazione (Plos One, 2012).

Il ricordo diventa solo un ricordo,
magari spiacevole, ma rimane un ricordo.

Il lavoro con EMDR punta, così, a riattivare tale processo di autoguarigione, permettendo all’evento traumatico prima isolato di essere reintegrato nella rete neurale (Pagani, 2012).

RICONOSCIMENTI ED EVIDENZE EMPIRICHE.

Oggi la terapia EMDR è riconosciuta efficace nel trattamento del trauma e dei disturbi ad esso correlati dall’American Psychological Association (APA, 1998-2002; 2004), dall’International Society for Traumatic Stress Studies (2010), dal nostro Ministero della Salute (2013) e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (2013).

La terapia EMDR è ad oggi l’unico trattamento psicoterapeutico con un’efficacia neurobiologica comprovata. Le ricerche condotte, infatti, mostrano la presenza di una significativa associazione tra le modificazioni cerebrali, avvenute a seguito del trattamento a livello di strutture e di funzionamento cerebrale, e di risultati clinici (Van der Kolk B, 1999; Heber, Kellner, Yehuda, 2002; Pagani et al., 2007, 2012; Bossini et al., 2007, 2012; Plos One, 2012).

Oggi la terapia EMDR sta acquisendo un utilizzo sempre maggiore non solo nel trattamento del trauma ma anche in quello di molteplici altre patologie, in quanto episodi o vissuti traumatici ricoprono spesso un ruolo centrale nella sofferenza delle persone, nonché nello sviluppo e nel mantenimento di differenti patologie.