Il trattamento di bambini con ADHD prevede quasi sempre un lavoro di Parent Training da effettuare con i genitori. Il Parent Training è un percorso di gruppo, rivolto a genitori che hanno in comune le esperienze di relazione con figli con ADHD che presentano problematiche emotive e comportamentali.
Questo si rende necessario in quanto (come abbiamo visto nell’articolo ADHD nei bambini) tra genitori e figli con ADHD si innesca un circolo vizioso che coinvolge l’intero sistema familiare e che alimenta e mantiene il disturbo.

 

FAMIGLIE E FIGLI CON ADHD

Nelle famiglie in cui sono presenti figli con ADHD accade spesso che i genitori provino sentimenti di colpa per il problema del figlio, per non riuscire, nonostante i loro sforzi, ad aiutarlo e per come questo si comporta. Questi stessi aspetti provocano al contempo nel genitore sentimenti di rabbia e aggressività verso il figlio e verso la situazione che si trovano a vivere. Non di rado accade che il genitore si sentirà, di conseguenza, ulteriormente in colpa a causa di tale ostilità.
Trovandosi coinvolto in un contesto simile, per il genitore sarà complicato far rispettare le regole al proprio figlio. Egli farà, inoltre, difficoltà a trovare nuove strategie che possano aiutarlo.
Il risultato sarà quello di avere famiglie sempre più disgregate al loro interno e isolate dal contesto sociale. Questo in quanto i comportamenti dei figli con ADHD in pubblico possono provocare imbarazzo, le persone esterne possono non comprendere la difficoltà della problematica e questo può far sentire criticati e giudicati.

COSA FA IL PARENT TRAINING PER GENITORI DI FIGLI CON ADHD?

Il Parent Training aiuta i genitori di figli con ADHD a:

  • acquisire maggiori informazioni e consapevolezza.
    Il Parent Training fornisce ai genitori prima di tutto informazioni che permettano loro di conoscere meglio il disturbo dei propri figli. Capire, quindi, le caratteristiche, le cause, le situazioni che lo attivano, come i bambini con ADHD si sentono e le conseguenze che ne derivano.
    Allo stesso tempo, esso aiuta i genitori a prendere consapevolezza del ruolo che essi stessi giocano all’interno dell’interazione con i figli con ADHD.
  • Gestire i propri comportamenti verso i figli con ADHD.
    Uno degli obiettivi del Parent Training è di aiutare i genitori a creare un ambiente familiare il più possibile adeguato alle esigenze dei figli con ADHD.
    È, inoltre, fondamentale per tali genitori capire come gestire i comportamenti negativi dei propri figli e l’importanza di rinforzare le azioni corrette che essi compiono.
  • Ampliare il proprio bagaglio di strategie.
    Il Parent Training insegna ai genitori a riconoscere le situazioni che provocano i comportamenti negativi dei figli con ADHD. Allo stesso tempo li invita a riflettere sulle reazioni che i bambini hanno rispetto ai comportamenti dei genitori. Tutto ciò con lo scopo di prevedere in anticipo le condotte problematiche che il bambino può mettere in atto.
    Successivamente si aiuta il genitore a trovare soluzioni alternative di fronteggiamento del comportamento negativo del proprio figlio. In questo modo egli potrà scegliere di volta in volta la strategia più adeguata in base alle caratteristiche del bambino, dei genitori e della situazione.

In conclusione,

il Parent Training dei genitori è un percorso fondamentale nel trattamento dei figli con ADHD, in primo luogo in quanto aiuta i genitori a conoscere meglio il disturbo del proprio figlio. In tal modo sarà per loro possibile agire in anticipo rispetto al problema e con un piano di azione in testa.
È importante sottolineare come il genitore costituisca il primo e più importante modello di comportamento per il bambino e come genitori e figli si influenzino reciprocamente. Lavorando sul genitore, quindi, si aiuterà necessariamente anche il bambino.
Il valore del Parent Training, inoltre, risiede nel sostegno e nella condivisione che si sperimenta all’interno di un gruppo di persone che stanno affrontando il medesimo problema. Questi fattori, abbassando i livelli di frustrazione e isolamento sperimentati, riescono a fornire un sospiro di sollievo alle famiglie.

Il terremoto è un evento altamente traumatico che va ad insidiare il senso di sicurezza della persona. Gli effetti che il terremoto ha, quindi, sugli individui non sono, come spesso accade, da sottovalutare, ma vanno conosciuti, monitorati e all’occorrenza va chiesto un aiuto professionale per superare il disagio.

CHE COSA ACCADE?

Quando si è esposti ad un evento traumatico è inizialmente necessario mantenere un certo “distacco”, così da poter rispondere alle prime necessità dopo l’evento. Stiamo parlando della cosiddetta fase di shock, nella quale gli effetti che un terremoto ha sulle persone sono senso di irrealtà, di disorientamento e di confusione, fino a sentire quasi di non essere se stessi.

A questa fase segue quella dell’impatto emotivo nella quale, invece, prendono spazio le emozioni (tristezza, paura, rabbia, ansia, colpa) e possono verificarsi reazioni psico-somatiche (come ad esempio mal di testa, disturbi gastro intestinali, etc) come reazioni ad un vissuto emotivo troppo intenso e difficile da tollerare per la persona.

L’ultima fase è, invece, quella del fronteggiamento: la persona inizia ad interrogarsi, a cercare spiegazioni, risposte, soluzioni per capire cosa fare.

QUALI SONO LE REAZIONI PIÚ COMUNI?

Gli effetti del terremoto sulle persone sono svariati e cambiano da individuo a individuo. Tra quelli più comuni troviamo:

  • emozioni negative collegate al trauma (es. paura, rabbia) che risultano persistenti e presenti per la maggior parte del giorno, tanto da impedire, talvolta, anche lo svolgimento di azioni quotidiane;
  • problemi del sonno, come difficoltà ad addormentarsi, frequenti risvegli durante la notte, incubi frequenti oppure eccessivo bisogno di dormire;
  • problemi di alimentazione, tra cui scarso appetito, dolori gastro-intestinali successivi al pasto;
  • apatia e disinteresse per attività che erano ritenute piacevoli;
  • umore depresso, pensieri negativi ricorrenti e aspettative negative su di sè, sul mondo, sul futuro;
  • evitamento di situazioni, persone o stimoli che possono far rivivere il trauma o le emozioni ad esso connesse;
  • flashback, ovvero immagini e ricordi dell’evento che irrompono nella mente frequentemente e in modo intrusivo;
  • senso di colpa persistente e irrazionale, per aver causato o per non aver evitato che l’evento traumatico accadesse a se stesso e agli altri o per non aver saputo gestirlo al meglio o limitato le conseguenze negative.

CHE COSA FARE?

Gli effetti del terremoto sulle persone possono variare per tipologia, durata, intensità. In alcuni casi i sintomi possono scomparire nell’arco di qualche settimana, in altri possono sfociare in disturbi quali attacchi di panico, problemi di ansia, depressione, dipendenza da sostanze o disturbo post-traumatico da stress.
Per gestire al meglio gli effetti del terremoto è importante:

  1. accettare le proprie emozioni, non negarle né giudicarle, ma imparare a riconoscerle, monitorarle e ricordarsi che è normale avere reazioni emotive intense dopo un evento simile
  2. limitare l’uso dei media a pochi momenti nell’arco della giornata
  3. riprendere la propria quotidianità il prima possibile o per lo meno creare una routine quotidiana, riprendere il contatto con le persone, con le situazioni e i luoghi familiari
  4. prendersi del tempo di recupero e chiedere aiuto, ovvero cercare di ascoltare i propri bisogni ed assecondarli, parlare dell’evento con persone che trasmettono sicurezza e accoglienza per scaricare la tensione.

Nei casi in cui il disagio e i sintomi tendano a permanere per un tempo prolungato si rende necessaria la richiesta di aiuto a professionisti preparati. Un approccio particolarmente indicato per la cura degli effetti del terremoto sulle persone è la terapia EMDR (scopri di cosa si tratta), la quale è dimostrata altamente efficace nell’elaborazione del trauma dovuto all’evento.

 

QUANDO PARLIAMO DI PERFEZIONISMO?

La persona perfezionista è quella che fa dipendere l’idea che ha di sé e del proprio valore dal raggiungimento di obiettivi che si prefigge altamente esigenti.
Tale funzionamento può risultare nel breve termine funzionale, in quanto temporaneamente aiuta, ad esempio, a tenere alta la propria valutazione o fornisce un maggiore senso di autocontrollo.
Guarire dal perfezionismo è, invece, molto importante, in quanto nel lungo termine non fa che portare ad una 
valutazione maggiormente negativa di sé stessi. Come vedremo, infatti, con il tempo esso porta ad innalzare sempre di più gli standard da raggiungere, portando inevitabilmente la persona a confrontarsi con fallimenti, interpretati poi come prove della propria incapacità.

QUALI SONO LE CARATTERISTICHE DEL PERFEZIONISMO?

Si è perfezionisti se…
… ci si impone di raggiungere sempre 
standard esigenti
… il proprio 
valore personale lo si fa dipendere dal raggiungimento di tali standard elevati
… il 
raggiungimento dell’obiettivo prefissato provoca un temporaneo aumento della valutazione di sé e un ulteriore innalzamento degli standard
… il 
non raggiungimento dell’obiettivo provoca, invece, autocritica e auto-svalutazione e, al contempo, un aumento dell’impegno messo
… gli standard prefissati provocano 
significative preoccupazioni riguardo alla prestazione
… alcune 
aree importanti della vita (es. rapporti interpersonali, hobby, etc.) vengono escluse in quanto ritenute perdite di tempo ed ostacoli al raggiungimento degli standard desiderati
… si ricorre spesso a comportamenti quali l’
evitamento o la procrastinazione della prestazione, per timore di non essere sufficientemente preparati e di fallire
… si ricorre spesso a comportamenti di “preparazione”, ovvero di 
controllo ripetuto della propria prestazione, nell’intento di prepararsi al meglio ed evitare di commettere errori.

QUALI SONO I 5 PASSI DA EFFETTUARE PER RIUSCIRE A GUARIRE DAL PERFEZIONISMO?

  1. Il primo passo fondamentale per riuscire a guarire dal perfezionismo è quello di acquisire una maggiore consapevolezza su tale modalità di funzionamento.

    Nello specifico, è importante fare maggiore chiarezza su:
    quali sono le aree della vita che si ritiene più importanti e su cui si investe un maggior impegno?
    Quali sono le aree della vita che provocano maggiore preoccupazione?
    Come si reagisce e come ci si sente quando qualcosa in tali aree non va come si desidera?
    Quali sono i comportamenti che si mettono in atto per cercare di evitare tale eventualità?

  2. Successivamente è importante ampliare il proprio focus ed aumentare le aree della vita che si ritengono importanti. In questo modo la valutazione che la persona farà di sé stessa non dipenderà dalla riuscita in un’unica area di interesse, riuscendo così a considerare il proprio valore in maniera più globale e realistica.

    Come fare? Potrebbe essere d’aiuto stilare una lista di interessi o attività piacevolisceglierne uno o due e provare!

  3. Contemporaneamente, per cercare di guarire dal perfezionismo, è necessario provare a contrastare quei comportamenti dettati dal perfezionismo che, in realtà, hanno l’effetto di alimentarlo e mantenerlo nel tempo.
    Il timore che le persone perfezioniste hanno di fallire è tale da far loro mettere in atto alcuni comportamenti che momentaneamente le aiutano a sentirsi più tranquille e sicure di sé. Tra questi troviamo, ad esempio:
    – comportamenti eccessivi di controllo della prestazione e del livello di preparazione;
    – rituali (ad esempio fare liste dettagliate, riordinare la scrivania, affilare le matite, consumare la stessa colazione prima di iniziare a studiare o lavorare);
    – procrastinazione, ovvero ritardare l’inizio di un lavoro o la consegna per timore di non essere all’altezza;
    – evitamento di prove prestazionali importanti per il timore di fallire.

    Cosa fare?
    Innanzitutto, è importante comprendere che, anche se questi comportamenti aiutano nell’immediato la persona riducendo lo stato d’ansia e facendola sentire sollevata, a lungo termine hanno l’effetto di farla sentire meno in grado di affrontare la situazione, diminuendo la percezione che ha del proprio valore e aumentando, quindi, in realtà l’ansia sperimentata verso la prestazione.
    Diventa necessario poi 
    provare a ridurre la frequenza con cui si ricorre a questi comportamenti “controproducenti”. Quando la persona ne sente l’impulso, può essere d’aiuto, ad esempio, ricorrere ad una Carta di Risposta, (precedentemente preparata) in cui ha scritto cose da dirsi (che la facciano sentire più tranquilla e sicura di sé, così da riuscire a tollerare l’impulso ad applicare tali comportamenti) e da fare (generalmente attività piacevoli e distraenti).
    Potrebbe, inoltre, essere molto di aiuto 
    provare a fare il lavoro in modo non “perfetto” e vedere cosa succede!

  4. Per riuscire a guarire dal perfezionismo diventa poi centrale provare ad affrontare quegli errori di ragionamento che le persone perfezioniste commettono.
    Nello specifico esse tendono a:
    – pensare in “bianco o nero”, non esistono le vie di mezzo, o si è perfetti o si è un fallimento;
    – focalizzarsi e a dare maggiore importanza agli errori, piuttosto che a ciò che svolgono in modo corretto;
    – non usare lo stesso metro di valutazione anche per le altre persone: agli altri sono concessi errori che non concedono a se stessi;
    – pensare che le cose andranno male e che potranno fallire;
    – formulare giudizi sulle proprie capacità e sul proprio valore anche a partire da un singolo ed isolato episodio.

    Cosa fare? Per affrontare questi errori di ragionamento è necessario metterli in discussione, ovvero: che prove si hanno a favore di tale pensiero? Che prove si hanno contro tale pensiero? Tale modo di ragionare mi è di aiuto? Per arrivare così ad una conclusione maggiormente “oggettiva” e razionale dell’evento o della situazione.

  5. Guarire dal perfezionismo significa, infine, riuscire a distaccarsi dallo stato mentale che esso comporta. In altre parole significa riuscire ad accettare che non tutto può essere sotto il proprio controllo, che alcune cose dipendono da noi stessi e dal nostro impegno, ma il risultato in alcune circostanze può essere influenzato da variabili esterne indipendenti da noi. Significa, inoltre, riuscire ad accettare che non sempre si riesce a raggiungere ciò che si desidera non andando ad intaccare la considerazione che si ha del proprio valore personale.

Per concludere, il perfezionismo può essere una strategia utile per raggiungere i risultati desiderati se usato con una giusta concentrazione. A dosi elevate diventa lui stesso il problema, causando sofferenza e svalutazione di sé stessi.
Guarire dal perfezionismo è possibile e tentare di farlo è un bene per se stessi. Non sempre è possibile farcela da soli, senza l’aiuto di un professionista, ma l’importante è 
non rassegnarsi, perché il rischio è di perdersi tanto del bello che la vita offre!

Mindfulness significa prestare attenzione, ma in modo particolare: a) con intenzione; b) al momento presente; c) in modo non giudicante
Jon Kabat-Zinn

La Mindfulness è un processo che coltiva la capacità di portare attenzione al momento presente, consapevolezza e accettazione del momento attuale
Hanh

MINDFULNESS FINALITÀ

L’obiettivo che la Mindfulness si pone è quello di aiutare la persona ad essere maggiormente presente nel qui ed ora. Questo significa riuscire a vivere pienamente il momento presente, imparare ad accogliere tutto ciò che esso offre, nel bene e nel male, e non focalizzarsi eccessivamente su ciò che è accaduto nel passato o su preoccupazioni future.

MINDFULNESS IN COSA CONSISTE

La pratica della Mindfulness consiste nell’esercizio dello spostamento volontario dell’attenzione a ciò che, nel momento in cui si sta meditando, accade nel proprio corpo e intorno a sé.
Si tratta, quindi, di un’osservazione acritica ed accettante del proprio corpo, delle proprie sensazioni e delle proprie emozioni, che viene gradualmente sviluppata attraverso la pratica di specifici esercizi.

MINDFULNESS PERCHÈ PRATICARLA

La pratica della Mindfulness risulta essere importante in quanto promuove un cambiamento significativo delle percezioni che abbiamo su noi stessi e sul mondo e, di conseguenza, dell’atteggiamento e del comportamento che assumiamo. In questo modo, essa ci aiuta a padroneggiare maggiormente le situazioni difficili e a gestire i conflitti e i problemi della vita quotidiana.
Al contempo, la pratica della Mindfulness è stato dimostrato che aumenti le capacità cognitive di mantenimento dell’attenzione e di evitamento delle distrazioni (Haselkamp, 2012) e permetta lo sviluppo di capacità di elaborazione delle informazioni più veloce ed efficiente (Luders, 2012).
In aggiunta, la pratica della Mindfulness si è dimostrata efficace nella riduzione dello stress e di quei disagi che sono ad esso correlati, nonché nell’alleviamento di dolori fisici associati a malattie organiche.

In conclusione, la Mindfulness è una tecnica pratica e semplice che può rivelarsi utile non solo nella promozione di un maggior benessere psico-fisico della persona, ma anche nel potenziamento di alcune capacità cognitive importanti nella pratica sportiva (scopri l’articolo Il Mental Training nello Sport).